La dimensione dell’amante

Ho sempre ricordi molto nitidi di me stesso quando non sono vestito. Invece quando indosso qualcosa tendo a perdermi di vista, a confondermi, crescono i dubbi, come i fiori nei prati, ma ora la brutta stagione ha fatto dimenticare ai fiori di crescere, riaffiorano i dubbi, l’inverno che ho dentro è l’unico vestito che indosso da più di un anno.Oramai mi sento preda di un tempo che non mi appartiene, mi sento malauguratamente un suo figlio indesiderato, e allora dormo, perché il sonno addormenta questo corpo di cui non so più che farmene, dormono queste lunghe giornate, forse la mia intera vita è stata un lungo sonno.

Tutto questo per dire che ero un architetto, che sono un architetto, dove mi trovo ora essere dottore in qualcosa è sempre meglio che non essere neanche qualcosa, qua dentro c’è chi si sente una bottiglia di plastica, poco tempo fa avevo un vicino di letto che diceva di essere di plastica. Mi raccontava che la bottiglia di plastica appoggiata sul comodino era suo fratello, che lui era di plastica e pure suo fratello era di plastica, gli ho subito risposto, ah… ecco perché mi sembrava di averti visto da qualche parte! Devo aver incontrato tuo fratello sui banconi dell’Esselunga qualche volta, guarda… le coincidenze della vita, ora incontro te al manicomio.

Non dovrei dire questa parola, ora si chiama ospedale psichiatrico, in realtà i matti che sanno di esserlo sono fuori, quelli che non lo sanno sono dentro, quelli che non sono né matti né sani sono i medici, sono fuori da ogni classificazione solo perché sono loro a redigere le classifiche. Molti non sanno perché si trovano qui, forse non  sapere è sapere, io so perché sono seduto in questa camera con le pareti imbottite, con uno che ora russa dall’altra parte, e che quando si sveglia sa solo chiedermi se ho un sigaro da offrirgli, riesco solo a rispondergli, no, matto del cazzo. Non è facile raccontare perché mi trovo in questo posto, del resto non mi è neanche più facile provare pena per me stesso, provo disprezzo per tutto, per il mio corpo che ho cominciato a tagliuzzare, per il mio passato, per il mio futuro, che disgraziatamente possiedo, per tutto quello che ho avuto vicino provo disprezzo. Non mi piace raccontare, raccontare è solo un modo per mentire, ed io sono stato ucciso dalle bugie, ho vissuto dentro ad una colossale bugia che mi ha nutrito del necessario, forse devo aver anche poppato un latte menzognero, non ho più nulla da rivendicare, perché oramai l’orgoglio mi si è sciolto dentro. La prima cosa che posso dire del passato è che è stato più figlio di puttana di quanto mi aspettassi, ero un bambino grazioso, oggetto di tante amicizie, mi sembra di aver trapassato le scuole elementari in pochi battiti di ciglia. Ero l’oggetto del mio tempo, felice perché inconsapevole, già allora sotto gli occhi del destino, devo essere stato un suo sorvegliato speciale.

A catena ho ingurgitato le scuole medie, le superiori, l’università, nel frattempo chiudevano le cartolerie e aprivano agenzie immobiliari, le facce delle persone per strada cambiavano carnagione, l’architettura già cercava di avvicinare il presente al futuro, i palazzi avevano tutti improvvisamente una gran voglia di crescere, il traffico delle automobili affermava lungo le strade quella sua voglia di esistere.

 

 

 

Io ero “vero” in quegli anni di università, così vero che mi era nata presto la voglia di sposarmi, mi ero da poco laureato, ero innamorato della  vita, avevo una fidanzata che adoravo, mi piaceva l’ingegno, la progettualità, avevo già il posto assicurato in uno studio di architettura, il mio futuro era un delizioso piatto di spaghetti fumanti, che aspettavano solo di farsi mangiare. Forse ho ripreso a correre troppo in fretta, la fretta devo averla ereditata dal tempo che in quegli anni incalzava senza tregua, non c’era mai tempo per fare nulla perché dovevo sempre fare tutto, la laurea, le nozze, il lavoro. Pensarci ora, in una stanza dalle pareti imbottite è quasi normale, ho smesso di credere alle stranezze,  i pensieri è come se rimbalzassero contro le pareti per poi  ritornarmi dentro, così che un pensiero si trova facilmente infilato in un altro e lo contamina con tutte quelle sostanze che ti hanno attraversato la mente un minuto prima. Quello che penso in questo momento non si riferisce mai a questo momento ma sempre a qualche attimo prima, quello che sono ora, ora non lo sono già più, lo so, discorsi da matto, a volte mi ci perdo per ore a pensare a tutto questo. In tutto questo correre ho tralasciato di dire la ragione perché ora mi trovo rinchiuso qua dentro, c’è una persona fisica in tutta questa ragione, una persona che io consideravo il biglietto da visita per la felicità, la sentivo come un’opportunità regalatami dal destino, mia moglie.

Il nostro matrimonio è durato 21 anni dei 52 che mi porto addosso, una volta a un medico qua dentro ho detto che non mi sento solo, ho sempre con me i miei 52 anni, quando sono seduto sulla tazza del cesso, quando mangio e quando dormo, del resto l’età è l’unica certezza sulla quale posso sempre contare. Qualunque altra cosa si è svuotata di senso, la mia vita con quella donna, la mia carriera di architetto, i miei insuccessi professionali. Ho impiegato 20 anni per capirlo, poi il ventunesimo anno di matrimonio mi ha chiarito tutto, ci ho messo un anno per capirne venti, del resto l’aritmetica non è mai stata il mio forte, e la vita sprigiona più aritmetica dei numeri.

 

Tutto ha avuto inizio un giorno, mi pare fosse un Venerdì di due anni fa, eravamo per strada, non ricordo dove stavamo andando, forse a fare la spesa, quando una donna con accanto il figlio si avvicina e con aria gentile dice a mia moglie, “mi scusi, lei si chiama Elena? Ha frequentato la scuola media Arioli di via Cipro, eravamo compagne di banco, mi chiamo Maria Teresa Nataloni”. La sicurezza che ho sempre visto scolpita sul volto di mia moglie si è improvvisamente scomposta, le pupille per qualche attimo hanno zampillato una sorta di terreo spavento. In effetti lei si chiama Elena, ma, a quanto mi risulta non ha mai frequentato quella scuola, io invece l’ho frequentata negli anni 60, e se devo dire la verità anche con scarso profitto, ma quella donna di me non si ricordava. Ho sempre saputo che mia moglie aveva frequentato un’altra scuola in periferia, lo stupore si è ancora più solidificato quando quella donna ha elencato i nomi dei fratelli di mia moglie, l’indirizzo di casa dei genitori, come prova di averla conosciuta a quel tempo e di esserle stata compagna di banco. Non sapevo più cosa pensare, mia moglie mi aveva mentito per venti anni, aveva mentito sulla scuola frequentata, perché? Lei ha sempre negato, a continuato a dire che quella donna si sbagliava, ma negava l’evidenza, la realtà era che mi aveva mentito, perché? Come si può mentire su un particolare così banale, la scuola media, perché? Così dopo venti anni di matrimonio ho scoperto che mia moglie ha frequentato la mia stessa scuola media, e che forse chissà, magari ci siamo anche guardati in faccia, parlati, ma tutto questo non mi ha mai schiodato da quel perché?

Quella mia domanda non faceva altro che infrangersi sulle mie giornate, ero pervaso da una voglia di lasciare perdere, di non approfondire più questa storia oramai sepolta dal tempo, la realtà era il mio matrimonio, il mio lavoro allo studio che non andava granché bene, i miei progetti per una qualche ragione non venivano spesso presi in considerazione, con le nuove leve di architetti che cominciavano ad incalzare in ufficio. Fu uno strano documentario visto una sera alla televisione sulla vita del regista noir Sam Fuller, che mi diede l’idea di approfondire la questione, del resto davanti ad un perché, è come se il tempo si fermasse e per la prima volta nella mia vita, sentivo che il mio tempo si era improvvisamente fermato davanti a quello strano perché. Tutto mi sembrava ancora confuso, fino a quando ho sentito dire al vecchio Sam Fuller nel corso del documentario,”quando intervisti un figlio di puttana, non hai mai davanti due facce, ne hai sempre tre, la terza faccia è la dimensione dell’amante. Ognuno di noi ha un amante nel cervello, continuava a ripetere Sam, i genitori non sapranno mai cosa pensa un figlio fino al giorno della loro morte, puoi essere sposato per 90 anni, ma il tuo partner non vedrà mai la tua terza faccia, ecco quella è la dimensione dell’amante, è un segreto. A sentire quelle parole mi fischiavano le orecchie come mai in vita mia, forse stavo scoprendo la terza faccia di mia moglie, la dimensione dell’amante, forse quello strano incontro avvenuto per strada con quella donna era la chiave per scoprire quella terza dimensione di mia moglie.

Tutti quei forse cominciavano ad aprirsi un varco dentro a quei tanti perché, anche se mi tenni tutto dentro cominciai ad indagare su quella donna, pensai subito di dare in mano l’intera faccenda ad un’agenzia di investigazioni, ero disposto a spendere qualunque cifra pur di sapere. La prima cosa che venne a galla fu che quella donna aveva detto la verità, all’epoca frequentava le scuole medie Arioli insieme a mia moglie, quando ne ebbi la conferma compresi che la mia vita non sarebbe stata più la stessa. Con la seconda rata che versai all’agenzia di investigazione pregai loro di indagare su quegli anni in cui mia moglie aveva frequentato quella scuola, non capivo quale assurda ragione l’avesse costretta a tacermelo. A distanza di un mese venni convocato in agenzia per un  report sulla situazione, e quanto mi dissero non fece altro che gettare ancora più ombre su questa storia. Mia moglie, o meglio, quella ragazzina che poi sarebbe diventata mia moglie era la fidanzatina di Graziano Valerano, allora quattordicenne. La memoria sentendosi alle pendici di una qualche verità ha subito cercato di riportarmelo alla memoria questo Graziano Valerano, ma non è stato difficile, ricordo che in un’occasione ci prendemmo a botte in palestra, durante l’ora di educazione fisica, visto che per lui non era la prima volta, fu espulso dalla scuola, poi di lui si erano perse le tracce. D’impulso mi venne da ridere, ma fui stoppato dall’investigatore, mi precisò subito che quanto stava per dirmi aveva un sapore molto strano e inquietante. Elena aveva detto subito all’amica più cara, la compagna di banco Maria Teresa Nataloni, “io a quello distruggerò la vita come lui ha fatto con la mia”, riferendosi a me.

A quel punto non sapevo più cosa pensare, avevo addosso lo sguardo compassionevole dell’investigatore, non volevo crederci, non potevo crederci, perché tutto questo? Dovevo continuare le indagini, dovevo arrivare a scoprire tutta la verità, di cui oramai cominciavo a sentirne l’odore, così diedi mandato di continuare le indagini su mia moglie, in casa come sempre mantenevo una certa tranquillità, solo nei momenti d’intimità chiudevo gli occhi. Come è possibile fingere per 20 anni, i dubbi che tutto questo potesse essere figlio di una stupida coincidenza mi attanagliavano, poi ho pensato a come ho conosciuto Elena. In effetti fu lei che si fece avanti per prima durante una festa a casa di amici, fu sempre lei che mi chiese una sigaretta e fu sempre lei a chiedermi se potevo accompagnarla a casa, ricordo poi che quella sera stessa spalancò subito la bocca durante un mio casto bacio in macchina sotto casa sua. La cosa sul momento mi colse quasi impreparato, lo considerai come un gesto d’amore, visto che non gli leggevo addosso tutta quella voglia di trasgredire, ci fidanzammo poco dopo senza quasi dirci nulla e poi gli anni si sono accumulati senza che quasi me ne accorgessi, intrisi di una piacevole noncuranza. L’ultimo incontro che ho avuto con l’investigatore è stato il più drammatico, tutte quelle verità che sembravano solo annunciarsi si sono presentate davanti, una ad una, l’agenzia si era messa a pedinare Elena ed aveva scoperto che tutti i Martedì si recava presso un famoso studio di architetti del centro città, uno studio che in più di un’occasione aveva soffiato degli appalti al mio studio, improvvisamente mi sono passate davanti tutte le occasioni in cui i colleghi d’ufficio mi hanno accusato di copiare le idee altrui. Avrei preferito coglierla in flagrante a letto con il mio migliore amico, non ho più capito niente, le mille domande che mi tormentavano hanno soffocato ogni tentativo di ragione, sono uscito sbattendo la porta e ho vagato per la città come una pena senza la sua anima. Non so altro di questa storia, poi c’è stato solo il buio, una moglie che per 20 anni a finto di essere una moglie, passava alla concorrenza i miei progetti, tutto questo perché in gioventù le avevo involontariamente allontanato un suo fidanzatino, perché? Mi hanno raccolto dalla strada che urlavo tutti questi perché, e ora sono qua. Elena da allora non l’ho più vista, non si è fatta più vedere, non so neanche se con tutti i sedativi che prendo sarei in grado di riconoscerla, ha vinto lei, ha distrutto la mia vita. Spesso mi chiedo se non avessi incontrato quella donna per strada fino a quando sarebbe durata, o forse è stata lei che ha voluto che scoprissi tutto, così proprio ora, dopo 20 anni di matrimonio. Ora sono qui, con un camice bianco, uno come tanti, ad ospitare nella testa tutti i perché di una vita senza risposte!

 

Dedicato al grande Sam Fuller.

La dimensione dell’amanteultima modifica: 2007-09-22T11:15:00+02:00da ilparra
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4 Comments

  1. Diabolica questa donna, fingere per 20 anni pur di attuare la sua vendetta.
    Bravo Parra avvincente ed incalzante come al solito i tuoi racconti si leggono sempre tutti d’un fiato,…… questo forse …..due perchè è più lungo.
    Ciao buona notte e buona domenica da Gabry

  2. La consueta fluida capacità di raccontare storie avvincenti. E’ sempre bello leggere questi coinvolgenti tuoi post/racconti: vi si rimane impigliati dalla prima all’ultima parola, diventando parte (almeno così spesso mi capita leggendoti) della storia stessa.
    Abbraccio
    Melania

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