Satira o non satira

Passano gli anni, si consumano i polpastrelli delle dita sulle tastiere molto più che le suole delle scarpe, ( oggi si scrive molto più che camminare) e tra gli affezionati della (inc)comunicazione soffrigge sempre la seguente domanda: Dove sta andando la satira? Cosa vuole dire fare satira oggi? Ha ancora senso  fare satira? Qualcuno si lascia ancora sfuggire la domanda ancestrale: Cos’è la satira?  Oramai anche le risposte saggiamente compiute festeggiano i loro anta, quindi credo che nell’era dell’incompiutezza 3.0 dovremmo privilegiare le risposte incompiute. Non lo so proprio dove sta andando la satira. Nemmeno so cos’è la satira. Che m’importa cosa vuole dire fare satira oggi.

Dirò la mia…. la satira oramai non esiste più, credo che raramente si è manifestata come tale. Oramai è diventata un trattamento che le “gendarmerie” utilizzano per farsi metabolizzare ed assorbire dalle masse. Quanto sono lontani i tempi nei quali Peppino Impastato da Radio Aut attraverso una crepuscolare radio locale, anche se per pochi e fortunati ascoltatori,  imbalsamava i mafiosi della città, immortalandoli per l’eternità molto più di una battuta di Fortebraccio, il satirico dell’epoca dell’Unità. Già, la cosiddetta satira di potere, attraverso i fogli dei giornali cucivano vignette e battute dall’inevitabile sapore agrodolce, che cullava l’ego riferito del protagonista di turno e strappava qualche palpitante sorriso al lettore (dis)attento. Satirici che accumulavano i loro crediti lavorando e scrivendo su fogli finanziati dal denaro pubblico, o su reti nazionali, altrettanto finanziate dalle pubbliche elargizioni, più che mai controllati dai poteri più o meno occulti e dalla politica. Credo che la satira per essere tale deve essere sospinta anche dall’inadeguatezza del mezzo con il quale viene prodotta, non si può essere seduti su una Rolls Royce, magari finanziati da qualche griffe della moda e abitare comodi attici per definirsi satirici, puntuti alfieri contro il potere.

Eppure per anni gli alfieri della satira sono stati definiti i vignettisti dei quotidiani, gli autori di ricche strisce televisive, che millantano la loro indipendenza solo per i grandi ascolti ottenuti, che li rende invulnerabili a qualunque forma di condizionamento. Quando sei strutturato in un meccanismo televisivo di grande impatto è surreale pensare che sei interprete di una qualunque forma di libertà espressiva, risulta chiaro che le traiettorie del tuo comunicare devono essere in perfetta simbiosi con i dettami del tuo editore e mai in antitesi con l’obbligo di dover raggiungere chiunque.

La cosidetta satira tra la fine degli anni 80 e la metà dei 90 ha raggiunto crescenti vette di popolarità con la rivista settimanale Cuore, che acutamente sposava un crescente sentimento anticasta craxiana e non solo, in una fase storica di transizione che li ha certamente resi tra gli epigoni del tempo. Curiosamente il loro direttore, fondatore, in seguito ha navigato tra l’universo dei giornali e la televisione, figurando come autore in uno dei più insipidi programmi televisivi qual è “Che tempo che fa”, senza farsi mancare Adriano Celentano in “125 milioni di cazz…” e in ultimo il festival di Sanremo.  Un po’ come immaginarsi Peppino Impastato nella giuria di XFactor.

Dove sta andando la satira?  Non si è mai mossa, siamo noi che ce ne siamo andati

Cosa vuole dire fare satira oggi?  Rispetto a tutto quello che scende con lo sciacquone, non vuole dire proprio niente.

 

Ha ancora senso  fare satira? Se si vuole  far ridere, meglio fare jogging. 

Satira o non satiraultima modifica: 2013-10-01T11:54:05+00:00da ilparra
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