Piccolo racconto di velluto

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 un racconto del Parra:

Sarò rimasto almeno 10 minuti a fissare quella vetrina e tutto per quella giacca di velluto rosso. Un incanto, era di un velluto a righe molto strette che sulle spalle cadevano ondulate tanto da sembrare dune del deserto, un deserto rosso di sabbia vellutata. Le tasche erano ancora cucite e avevano un piccolo risvolto che ne salvaguardava l’integrità fisica e morale, a guardia delle 3 candide e innocenti asole, 3 minacciosi bottoni grigio scuro. Dal taschino fuoriusciva timidamente, intirizzito dal sonno, un fazzoletto del colore dei bottoni e tutto questo per 145 euro.

 

 

No, non sono tanti 145 euro, se guadagnassi 700 euro potrei dirlo, così come potrei dirlo se ne guadagnassi 1000 di euro, ma non ho uno stipendio, non ho un reddito, non possiedo nulla che si riconduca al denaro, così posso anche dire che 145 euro non è tanto. Per me, precisamente non è niente, esiste solo quella giacca, quel velluto con quel colore, i soldi sono un articolo che non mi interessa. Basta che qualcuno mi offra il caffé e le sigarette, per il resto mangio alla mensa comunale vicino alla stazione Centrale e dormo al dormitorio di Viale Ortles, che cazzo sono i soldi?

 

 

Mi chiamo Massimo, avrei anche potuto scriverlo prima, ma che cazzo me ne frega del nome, i nomi sono come il denaro, servono per essere spesi, ma se uno non spende niente non servono a niente. Io sono io, sono quello che mangio, quello che piscio, quello che cago, sono uno che passa 3 ore la mattina seduto sulla panchina a scrivere e poi me ne vado in giro per la città a guardare le vetrine. Conosco tutte le vetrine dei negozi vicino alla stazione, so tutto, so quello che è esposto, ogni quanto rinnovano le vetrine, a volte mi ricordo anche il prezzo.

 

 

Il pomeriggio dopo il caffé e la sigaretta, vado in stazione, raccatto un po’ di giornali e leggo. Lo so che qualcuno penserà che vita di merda fa questo, “oh… amico e com’è la tua”? Forse è solo più profumata della mia, forse la tua merda non si fa sentire ma c’è sempre. Io la mia la sento ogni giorno, la sento da questi pantaloni che puzzano, da questo golf, da questo giubbotto che indosso sempre e che non tolgo mai, mi piace salvaguardare la mia merda. Per strada ti rubano tutto, ma nessuno è in grado di rubarmi l’anima, quella è inavvicinabile, e a te amico che leggi… forse l’anima te l’hanno già portata via e magari te la fanno pagare in euro a rate senza interessi. A me nessuno chiede niente, nessuno vuole contaminarsi con me, ma non sanno che sono io a non volermi contaminare con loro.

 

 

La sera, quando il buio esce dalla propria tana, in stazione la gente corre verso la metropolitana e i taxi, io guardo seduto su una fredda lastra di marmo, loro non mi degnano neanche di uno sguardo, solo i bambini, solo loro osservano. Cazzo nessuno ha più la curiosità, vi hanno rubato anche quella. Così mi alzo, comincio a sentire i miei 58 anni, che sono tanti quando sto in piedi ma pochi quando sono seduto e cammino verso la mensa, verso la minestra, verso il formaggio, il pane e la frutta. E’ una mensa che sa di dormitorio, così come il dormitorio sa di mensa, anche gli odori intrattengono rapporti tra loro, la gente come me si porta addosso anche l’olfatto della strada. Conosco rumeni, bulgari, marocchini, ci sono i tossici che rubano le posate, anche la crudeltà del mondo sa stare seduta a tavola. Poi scappo e vado verso il dormitorio, dove posso comodamente sdraiarmi per non sentire più i miei 58 anni, ma per sentirmi addosso quella giacca di velluto rosso.

 

 

Piccolo racconto di vellutoultima modifica: 2007-07-20T19:53:14+02:00da ilparra
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9 Comments

  1. Eccoti qui, Gianluca! Beh, in effetti non sembra male questa piattaforma bloggosa. Allora inserirò questo tuo nuovo indirizzo fra i miei link. Ciao, a presto!

    – Mat

    PS: in effetti si schiatta di caldo e starsene davanti al computer non è una cosa molto piacevole. Se non ci dovessimo risentire nei prossimi giorni ti auguro buone vacanze, ci risentiamo a fine agosto/primi di settembre.

  2. Sì ,hai ragione. Le crudeltà avvengono anche ai nostri giorni e sprofondano in un’indifferenza senza fine. Ci vorrebbe un Kafka per protestare. Noi lo facciamo timidamente,perchè non abbiamo certezza del futuro.

  3. -ciao Scipione….
    @amica fragile: uhau… vedo che ti piace il “sapone” di Marsilia…. J.C. Izzo buongustaia! Io mi permetto di segnalarti forse il più grande giallista italiano: Giorgio Scerbanenco. ciao
    @mai esistita: passa quando vuoi, tanto non scappo! Restituisco l’abbraccio ciao
    @ corinina: già…. oramai il futuro è alle nostre spalle! ciao

  4. L’assenza dal mondo è una mia prerogativa, e rimbalzare negli sguardi delle persone, sui muri del mondo, sulle parole che mi ritornano…oddio, mi sento morire ogni giorno. La vita ha solo rapito la mia anima, respiro perchè sono viva e scrivo…scrivo al computer, su fogli di quaderni, fogli volanti che lascio per strada, fazzoletti di carta, tavoli, sedie…tracce di me si disperdono nel mondo, pezzetti di corpo abbandonati da qualche parte, e nell’anima restano i segni di vuoti incolmabili dal tempo che è sempre piu’ veloce, poco e veloce…voragini vertiginose riparate da argini di sangue vivo.
    La libertà invidio, per chi ha almeno il coraggio di viverla…io ho perso il mio coraggio, anzi non l’ho mai trovato..di vivermi.
    Per me è tutta una grande prigione, una corda che mi stringe forte al collo ma che mi lascia sempre un filo di respiro, giusto per riuscire a riflettere il mio marciume nei mille specchi, nei volti che mi guardano con tutta la pietà del mondo.
    Una curiosità…ma questo racconto è autobiografico?
    http://unmondomarcio.myblog.it

  5. Non è un racconto autobiografico…. forse la miglior autobiografia è rappresentata in tutto ciò che rimane custodito in un kleenex usato. Si parla di se anche quando si parla di altri, le parole sono indumenti che possono essere indossati da chiunque…. un profumo, una traccia, la lasciano sempre dietro di loro! Seguendo quella traccia che si risale le pendici del più grande punto interrogativo: chi siamo? Hai uno stile che mi ricorda, a quest’ora della mattina, “Il libro dell’inquietudine” di Pessoa. ciao

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