Noir di fatica

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 un racconto del Parra:

Coi francesi che s’incazzano e i giornali che svolazzano…

 “Bartali”                                                                       

                                                                  Paolo Conte

 

I raggi del sole amano sostare a lungo sulle intercapedini delle tapparelle in legno, ecco perchè con gli anni si increspano, come la pelle dei ciclisti dopo un tappone di montagna sotto un sole infuocato, così ogni volta che salgono e scendono le vecchie tapparelle depositano sul davanzale un po’ di sedimento, in fondo è come se si liberassero del tempo che hanno addosso. La vita che altro è se non un modo per liberarsi di un po’ di tempo?

 

Stavo guardando un  tour de France alla televisione di un bar, guardavo Bernard Hinault in sella macinare la strada senza alcun apparente indizio di fatica, con quelle gambe che imprimevano sui pedali tutto il loro tracotante vigore. Ho sempre invidiato ai ciclisti la capacità di saper mimetizzare la fatica, i suoi occhi potevano essere due uova cotte al tegamino, ma la tracotanza francese con  cui si alzava dal sellino per imprimere più forza sui pedali umiliava anche la fatica oltre che gli avversari. Era un 1979 caldo, il sole livellava i tasselli della tapparella della mia cameretta come neanche la lima di un fabbro provetto avrebbe saputo fare. Io stavo seduto con il mio corpicino alto non più di un metro e mezzo, davanti al televisore a guardare la corsa.

 

Non mi è facile raccontare questa storia, e poi sono passati 27 anni, il tempo dimentica sempre gli ingredienti di cui è composto. Troppi anni hanno vivisezionato la mia vita senza che io potessi fare altrettanto, perché il tempo non si fa mai guardare in faccia? Il tempo è un assassino a piede libero e noi appassionati di ciclismo lo sappiamo bene. Io ricordo perfettamente i sedimenti di sudore sulla fronte di Bernard Hinault, ricordo le rughe che si impossessavano del volto di Francesco Moser negli sprint della Parigi Roubeaux, o durante il record dell’ora. Ricordo il cappellino di Pantani gettato via poco prima di scattare in salita, il volto da metalmeccanico di Palmiro Panizza, o il naso adunco di Chioccioli, le chiappe sempre inchiodate al sellino di Indurain, la grinta di Battaglin, gli sprint di Saronni, gli occhi immersi in un blu cobalto di Bugno.  

 

Era un 1979 che stava per tradire un decennio e poi gli anni fingono sempre di non conoscere il proprio tempo che li ospita. Gli anni sono un’invenzione dell’umanità, il tempo è  solo un accumulo di istanti separati ognuno da un velo di polvere, per un appassionato di ciclismo il tempo ha l’espressione di un cronometro, i secondi farneticano il loro destino con i decimi, i minuti fingono indifferenza, per questo durano più a lungo. La bicicletta è il corridore e il corridore è la bicicletta, io in quel 1979 avevo 9 anni, era forse un Sabato, stavo a Milano Marittima in vacanza con i miei, ero sceso al bar sotto casa perché nella casa di vacanza al tempo non avevamo la televisione. Mi piaceva guardare la tv in comunione con altri, non sapevo mai se guardare prima il televisore o le espressioni di coloro che avevo intorno. Forse un po’ tutto quell’insieme era la televisione, vicino a me c’era un uomo sulla quarantina, altri 3 erano seduti al tavolo in fondo alla sala che commentavano, c’erano un paio di turisti tedeschi, dei francesi, un papà con il bambino, una mamma con una bambina che colorava una rivista, altri in piedi, chi con un gelato in mano, il tutto immerso in un vociare che oscurava l’audio della televisione, erano più o meno le quattro del pomeriggio, in fuga nella tappa del tour c’era un olandese un Van… qualcosa del genere, ricordo che avevo una biglia con il suo nome. All’improvviso sono entrati nella sala due, poi altri tre poliziotti, poi altri due sono usciti da una porta in fondo, “nessuno si muova”, hanno urlato. Eravamo tutti lì fermi pietrificati, eppure questi continuavano a ripetere “nessuno si muova, Polizia!”. Avevano la divisa da poliziotti, non capivo quindi perché continuavano a dire Polizia. Si sentiva solo l’audio della televisione, mi pare che a commentare la corsa c’era il giornalista Adriano De Zan. Nessuno guardava più lo schermo, io guardavo il poliziotto più grosso perché era anche quello che mi metteva più paura, aveva in pugno una pistola e lo sguardo non era per niente amichevole. Erano istanti appaltati alla paura, nessuno ci stava capendo nulla in tutta quella confusione, all’improvviso un urlo dalla tv, dal gruppo stava scattando Bernard Hinault, tutti gli occhi si sono voltati verso la corsa, nello sguardo di Hinault mi è sembrato di riconoscere lo sguardo plumbeo di quel poliziotto che tenevo sottocchio. Mentre un poliziotto dall’aria più matura ad un certo punto ha invitato tutti a mettere i propri documenti d’identità sul tavolo, raccomandando ai genitori di tenere vicino a se i propri figli. In quel preciso momento mi sono sentito spacciato, e mi sono convinto che i poliziotti cercavano me. Già, perché ho dimenticato di dire che quel giorno avevo commesso un furto, mi ero appropriato di mille lire dal portafoglio di mia madre. Mi servivano 800 lire per la granita e 200 per giocare ad un giochino in un bar della spiaggia, probabilmente i miei se n’erano accorti e per farmela pagare avevano avvisato la Polizia. Mi è stato molto utile il signore al mio fianco, che cogliendo forse un mio sguardo impaurito, ha cercato subito di rassicurarmi accarezzandomi la testa. Nel frattempo i poliziotti controllavano i documenti e la corsa andava avanti, Hinault era scattato e nessuno era riuscito a tenergli la ruota, la tensione nella sala si stava allentando, qualcuno aveva distrattamente ripreso a guardare la corsa, ma io non ci riuscivo, guardavo loro, i poliziotti.

 

L’olandese in fuga solitaria cominciava a perdere terreno sfiancato da una salita, Hinault invece sembrava sempre più convinto del suo attacco, la convinzione dei suoi occhi mi metteva quasi più paura dei poliziotti. Io non avevo documenti con me, un bambino non porta documenti, perché lui è già un documento, ho subito pensato che quella corsa e quella giornata non me la sarei mai più dimenticata per il resto della mia vita. Pensavo che i miei genitori fossero nascosti da qualche parte e sorvegliassero la scena, mio padre sarebbe stato furioso, mia madre isterica, sentivo tutto quello che mi apparteneva allontanarsi sempre di più, non avrei avuto più la scuola, gli amici, niente!

 

Il gruppo degli inseguitori aveva già accumulato più di un minuto di ritardo, un poliziotto stava esaminando i documenti del signore seduto al mio fianco, poi ci fu una domanda rivoltagli dall’uomo in divisa: “ Il bambino è suo figlio”?   Volevo a quel punto scappare via, lontano da lì, dalla corsa, da quella gente, ero straziato dalla fatica di quel momento, mi sentivo scoperto, sentivo che dovevo arrendermi come quell’olandese in fuga nella tappa del tour. “E’ mio figlio”, ha subito risposto quel tipo, guardandomi, per poi accarezzarmi nuovamente il capo. Non sapevo più cosa pensare, mi sentivo un sopravvissuto, un miracolato, forse non mi avrebbero arrestato. L’uomo in divisa è passato oltre, io avevo ripreso a guardare la corsa, non osavo guardare in faccia quell’uomo che si era detto mio padre. Temevo potesse cambiare idea, mi sentivo osservato, sentivo anche gli occhi della corsa addosso, Hinault aveva raggiunto l’olandese ed ora stava per imprimere il suo ritmo forsennato. L’olandese cercava invece di stargli a ruota, sentivo anche lo sguardo del tipo al mio fianco posarsi su di me, avevo come il presentimento che volesse comunicarmi qualcosa.

 

Quando non succede niente vuole dire che qualcosa sta sempre per succedere, i corridori stavano per raggiungere l’ultimo chilometro, la fatica sui loro volti era sovrana così come lo fu l’impero romano sui suoi territori. Hinault stava per consacrarsi vincitore della tappa, che gli avrebbe anche dato la maglia gialla, io ero seduto al tavolo, con il fondo del bicchiere cosparso di granita oramai sciolta, era il corpo liquido del reato. Si è poi avvicinato un uomo, per domandare a colui che si era investito del ruolo di mio padre, una sigaretta. Era un momento che sarebbe scivolato via dalla mia memoria, se quel signore, non avesse risposto seccamente, “ le ho finite!”. Succede, del resto le sigarette, come le tappe del tour de France prima o poi finiscono, e Hinault, aveva finalmente trionfato, tagliando il traguardo a braccia alzate, con un sorriso che scalzava dagli occhi tutta quella fatica consumata nella tappa. Quando però uno non si accontenta di una risposta simile, anche perché è un romagnolo testardo e l’altro è uno yankee del nord d’Italia, allora incalza, “ma se le spunta il pacchetto di sigarette dalla camicia, piuttosto dica che non me la vuole offrire e la finiamo lì”!

 

Gli occhi della sala erano tutti puntati al mio tavolo, la tappa era finita, Adriano De Zan aveva speso tutti gli aggettivi per lodare la corsa, io ero al fianco di questi due che bisticciavano per una sigaretta.

 

“Lasciami in pace, vattene al tuo tavolo, le ho finite le sigarette,  te l’ho già detto”! Colui che diceva di essere mio padre cercava con le buone di domare l’insistente romagnolo, ma è bastato che provasse ad allungargli due banconote da mille lire, dicendo, “ tieni, comprati le sigarette”, per scatenare l’ira dell’altro. Era tutto così strano, forse le birre, la corsa, i poliziotti, la tensione cominciava a solidificarsi, ed io con lei. Io stavo ancora rinvenendo per lo scampato pericolo, ma non era successo ancora niente, il traguardo di quella tappa era solo l’inizio di questa storia.

 

“ Signore, perché non vuole offrire una sigaretta” è intervenuto un poliziotto verso quello che ora chiamerò semplicemente mio padre.

“Le ho finite, credo di essere stato chiaro, mi sono offerto di comprargli un pacchetto, che altro vuole”?

“Mi perdoni, ma quel pacchetto di sigarette che le esce dal taschino”, ha incalzato il poliziotto.

Sono finite!

Me lo mostri, cortesemente.

Perché!

Me lo mostri! Oh.. grazie. Cos’è questo coltellino a serramanico?

Perché è un reato tenere in un pacchetto di sigarette un coltellino a serramanico?

Ci sono delle tracce di sangue su questa lama, signore, temo che lei debba seguirci al commissariato.

Ho tagliato della carne. Lasciatemi, tenete giù le mani, non avete diritto!

Il bambino è suo figlio?

Domandatelo a lui!

Il signore è tuo papà?

 

Bernard Hinault era sul palco della premiazione, stava infilandosi la maglia gialla del primo in classifica, quell’uomo stava per essere arrestato, e io dovevo confessare che non era mio padre. Non sapevo cosa dire, guardavo la tv, un giornalista stava intervistando il corridore Pierino Gavazzi, ecco io cercavo una risposta che però non arrivava dagli occhi di Gavazzi. E’ bastata una voce da lontano che mi chiamava per destarmi dal torpore, “Gianluca, cosa fai lì, vieni via”! Era mio padre, quello vero. Oh.. papà, non ho potuto fare altro che piangere. Nel frattempo, il mio finto padre è stato portato via, stretto tra due poliziotti. Non sapevo ancora niente di lui, ne cosa avesse fatto.

 

Il giorno dopo abbiamo saputo dalle chiacchiere d’ombrellone che quell’uomo arrestato aveva ucciso un altro uomo, sembra per motivi di gelosia per una donna. Era un appassionato di ciclismo come me, e dopo l’omicidio non aveva saputo resistere alla tappa di montagna, qualcuno lo aveva visto allontanarsi dal luogo del delitto, per poi entrare nel bar. Quella litigata per la sigaretta era solo un modo per farlo uscire allo scoperto e per prendere tempo, a quanto ha raccontato poi il bagnino del bagno Tassinari.

 

Con quei soldi che mi erano avanzati dal furto al portafoglio di mamma l’indomani avevo comprato la Gazzetta dello Sport dove in prima pagina c’era la foto di Hinault a braccia alzate, ma di tutta la mia storia non c’era traccia. Eppure quel giorno credo un po’ di avere vinto anch’io, mamma senza saperlo quella mattina mi aveva fatto indossare una magliettina gialla.

 

Tra poco mi alzerò dalla sedia, se ne sta per andare un altro giorno, è quasi ora di andare a dormire, scendono le tapparelle, c’è lavoro per il davanzale.

 

 

Noir di faticaultima modifica: 2007-09-08T14:50:00+02:00da ilparra
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2 Comments

  1. Parra questo racconto si è fatto leggere tutto d’un fiato e questo per me vuol dire che sei molto bravo a scrivere,io non capisco niente di ciclismo e uno sport che non seguo, quindi se il tuo modo di raccontare non era avvincente la prima bicicletta che trovavo cambiavo blog invece sono rimasta li incollata al video a leggere , mi piace il ritmo serrato che usi, e il modo che hai nel descrivere con molta chiarezza la situazione e le tue emozioni. Bravo veramente.
    Ciao Parra Buona Domenica Gabry

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