Nel porto di Milano

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un racconto del Parra :

Sventrato dal suono della radio, il risveglio sintonizza subito la coscienza con la realtà, sulla faccia, uno schiaffo d’acqua, griffata non si sa quanto dal cloro e via nel trambusto stradale lungo il cammino verso la metropolitana, fermata portuale Famagosta. I passi, nell’ammollo del cemento, lambiscono altrettanti passi, spaesati dall’ingordigia di voler raggiungere l’agognata meta, essendosi magari allontanati da poco dalla propria metà. Giunto nell’anfiteatro milanese di piazza Abbiategrasso le auto, i pulman gorgheggiano da fumanti marmitte i loro argomenti assai fumosi, un’università dei rumori con le sue specifiche facoltà, mi viene subito voglia di sbuffare, ma preferisco non aprire bocca e non per passare dalla parte del torto, bensì per non ricoverare nei miei polmoni altrettante microparticelle  smaniose di fare carriera nel mio ospizievole fisico. Finalmente, raggiunta la fermata Famagosta, per una volta l’idea di andare sottoterra non è affliggente, con gli sguardi limitrofi degli altri parvenus, intrisi di quella sincerità che solo la mattina riesce a tradurre sulla faccia, mi inoculo su un sacrale vagone le cui porte in poco tempo laicamente si chiudono in faccia anche ai molti che non riescono a salirvi, la vita non è fatta solo di treni perduti ma anche di metro perdute, le metafore amano spesso viaggiare su rotaia, ma almeno loro stanno comode. Le stagioni in metropolitana sono due, quando fa freddo ci sono 22 gradi, quando fa caldo 32 e pensare che per andare ai tropici spendiamo più della tredicesima. Con il sopraggiungere di altre fermate aumenta l’orda di gente che sale, gli occhi penduli su giornali, libri, il finestrino è l’ultima cosa che si guarda, nel sottosuolo si riesce solo a vedere con l’immaginazione. Niente traffico, niente squilli di cellulari, è come se si fosse fermato il tempo, quando poi se ne esce vien subito voglia di telefonare, così per disperdere quell’inquietudine del senza rete.   

    

Nel porto di Milanoultima modifica: 2007-09-10T22:35:00+02:00da ilparra
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8 Comments

  1. ciao, non sono e non voglio essere un intellettuale, e scrivo quanto mi passa nelle testa, quanto mi resta dei ricordi, oserei definirmi naif sempre che questo termine possa essere associato anche alla scrittura, scrittura bada bene non letteratura, non amo gli esercizi stilistici ne la ricerca di vocaboli ad effetto, ne tantomeno geniali commenti che si prestano a più, quanto improbabili interpretazioni, ref…….

  2. In questo post ci leggo tutta la tua esaltante consapevolezza di saper tradurre in sublimi parole anche l’immagine di un uomo che sale in metropolitana. C’è una sola cateogoria di persone che sanamente invidio e sono quelle che scrivono veramente bene. Ah guarda, che è un complimento o))…ciao…Daniela

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