Il comico spodestato ( parte 3)

Il secondo viaggio neuronale naviga in prossimità di un artista, Antonio Rezza.  Il racconto che racconta se stesso, che fa il verso ad un racconto che racconta se stesso, che fa il verso ad un verso di un racconto.  Là dove esiste un’espressione, un suono, un gesto, c’è una traccia sensibile di Rezza. Asciutto nel fisico e nel cognome, dinamico e dinamitardo nei gesti e nei modi, traslucido nelle infinite vocalità che sintetizza espandendole nelle mirabili scenografie di Flavia Maestrella.

Perché Antonio Rezza?

Negli spettacoli di Rezza difficilmente c’è posto a sedere perché con il suo fare occupa tutto, anche le sedie della platea.  La sua comicità veste tutta la sua persona, si irradia dal volto per distribuirsi nel suo ovunque cartilagineo.  Scenografa l’ambiente in un andirivieni  di posture, suoni e vocalità che dipingono gli sguardi degli astanti prima ancora che l’insieme della scenografia. E’ l’ospite che rende imprevedibili anche gli istanti meno attesi, si impossessa di una forma, la cannibalizza, prosciugandola delle sue interezze ridonandole una vita nuova, un corpo nuovo, una voce nuova.  Il suo divenire comico avviene in un apparente disordine scenografico,  raffina le coscienze collettive intossicate dal banale catodico presto in 3D ( 3 volte deficiente).  La sua ironia è sottocutanea, la senti crescere dentro, non è officiata visivamente, è anestetizzata dalla scenografia che è il valore aggiunto di una tavola già imbandita. Assistere ad un suo spettacolo vuole dire offrire alla mente le possibilità di pensare ad altro, i neuroni assumo le fattezza di dervisci rotanti  che roteano su destini imprecisati che per l’intera durata dello spettacolo aiutando a non ritrovarti più, almeno fino alla chiusura del sipario.

 

Il comico spodestato ( parte 3)ultima modifica: 2013-03-25T10:32:58+01:00da ilparra
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