La satira che non c’é

In rete nel mese di Agosto è nata una discussione in merito alle battute pubblicate su Spinoza, riferite al pullman precipitato nel viadotto in Irpinia:

I napoletani sono talmente scossi dalla tragedia in Irpinia che osserveranno un minuto di cinture di sicurezza”; “Davanti ai soccorritori uno scenario di devastazione e morte. Poi gli hanno spiegato che è così dal 1980”; “Irpinia, pullman di turisti precipita da un viadotto. Cristo era sceso a Eboli. Sempre meno probabile l’ipotesi di un malore dell’autista. Pare infatti non avesse mangiato nessuna rustichella». “Vai a Santiago e ti deraglia il treno  – vai da Padre Pio e ti casca il bus. Ma allora ditelo che non volete visite!”

Lo scrivente è lui stesso un battutista, un po’ per lavoro e un po’ per diletto, i lapislazzuli verbali hanno sempre circuitato il palaforum del mio cranio. A sostegno delle battute in questione si è detto: servono per sdrammatizzare, non sono indirizzate ai defunti ( e ci mancherebbe altro), vogliono sottolineare altre problematiche in quesitone e per finire la satira è un’espressione libera che non si può censurare.

Quindi… morti, malati, vittime di tragedie… la satira non guarda in faccia a nessuno e se ti guarda in faccia lo fa semplicemente per farti una pernacchia. Oh… è satira, non vorrete mica mettere le manette anche alla satira, dicono in tanti. La satira non ha indirizzo, non ha bandiere, trattiene dentro di sé solo l’indole dello sberleffo.

Che io ricordi la satira ha sempre colpito i potenti, non ha mai nemmeno sorvolato gli inermi, per altro nelle battute in questione la satira è ineleggibile, giace latentemente in un bagno di nulla, l’aspetto esaustivo della battuta colpisce i luoghi comuni, oltre la memoria delle vittime. La battuta con riferimento al terremoto del 1980 pare solo un tenue giustificativo a fronte di un cinismo senza ragione. Risalendo nel periglioso viaggio dalla battuta al battutista forse si può produrre lì qualche ceppo di satira da laboratorio. Massificare i battutisti in un virtuale albergo poggiato sulle rive dell’ultima spiaggia, non fa altro che frapporre al senso dell’umorismo il livore e la dabbenaggine, l’esibizionismo e la causticità, dove la volontà di spararla più grosso non graffia, semplicemente vuole fare ombra alla battuta precedente. Vivisezionare un fatto di cronaca, per poi da una battuta scorticarne altre 100 è un esercizio facile e innocuo, che solletica le papille narcisistiche degli scrivani allevati in serra e venduti nel grande centro commerciale. Sarò all’antica ma preferisco ancora la dimensione anarchica, magari piccola e angusta della bottega dell’artigiano, piuttosto che la dimensione da grande scaffale, con i faretti alogeni che riverberano di luce propria nel presunto firmamento.

 

 

 

La satira che non c’éultima modifica: 2013-08-17T15:45:00+02:00da ilparra
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